L’importanza della condivisione consapevole

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Da quando i social network hanno iniziato a diffondersi, ho scelto subito di rimanerne fuori e di non farmi risucchiare da quel vortice che per me rubava solo energia, togliendo tempo a molte altre cose che avrei potuto fare invece di stare attaccata allo schermo a farmi i fatti degli altri e a lasciare che qualcun altro si facesse i fatti miei. Quando poi, circa un anno fa, ho aperto questo blog, ho capito che dei social non potevo fare a meno, perché in quanto a strumenti di diffusione di massa di contenuti in questo momento hanno pochi rivali, sono davvero eccezionali, tant’è che ricevo più visite dai social che dalla newsletter che arriva a chi è iscritto quando pubblico un nuovo post. Piano piano ho iniziato a capire il funzionamento di facebook, che è lo strumento che uso più di tutti, e anche a usarlo non solo per la diffusione dei miei contenuti, ma anche per la ricerca di informazioni che mi interessassero e mi fossero utili, selezionando le pagine o i profili da seguire. Sfatando un mio iniziale pregiudizio, mi sono resa conto che anche da questo punto di vista può essere un ottimo strumento, ma veramente ricco di insidie.
Che siamo nell’era dell’informazione è palese. Che quest’informazione sia sempre più superficiale e manipolata è purtroppo altrettanto palese, anche se forse non per tutti. É proprio quest’ultimo punto che mi piacerebbe sottolineare oggi e visto che siamo in uno spazio che tratta di alimentazione consapevole, vorrei farlo proprio tramite due esempi che riguardano il cibo, che mi hanno piuttosto colpito. Uno riguarda un articolo che è girato poco tempo fa, che è questo qui. La notizia condivisa su Facebook titolava esattamente: “Mangiano insalata coltivata in casa: famiglia in coma e in gravi condizioni”; sottotitolo: “La nonna coltivava una pianta sul balcone e l’ha servita a cena. In quattro sono ricoverati con prognosi riservata”. Ora, appena ho visto la notizia mi è sembrata subito scioccante, ma soprattutto strana e ho cliccato per approfondire. Andando alla fonte della condivisione, in questo caso il sito web del Corriere della sera, il titolo già sostituisce la parola “insalata” con “erbetta”, e nel sottotitolo la nonna a quanto pare non la “coltivava” sul balcone, ma semplicemente “l’ha vista spuntare”. Già cambia tutto, sia dai titoli su facebook, sia da titolo a sottotitolo, dato che l’atto del “coltivare” è ben diverso da un casuale “veder spuntare”, non vi sembra? Se si legge il contenuto dell’articolo, si comprende finalmente la verità, ossia che l’ignara nonnina si è ritrovata accanto alle piante grasse ornamentali che teneva sul balcone delle piantine spontanee che somigliavano alla salvia e ignorando la loro elevata tossicità ha pensato bene di condirci la pasta per tutta la famiglia. In moltissimi avranno condiviso quella notizia su facebook, in molti di certo l’avranno fatto in buona fede dopo aver letto l’articolo per intero, per mettere in guardia dal prendere con leggerezza le erbe spontanee, di cui, come per i funghi, bisogna avere conoscenza certa prima di usarle a scopo alimentare o terapeutico. In ogni caso hanno in qualche modo contribuito a diffondere una falsa informazione, ossia che coltivare da sé la propria frutta e verdura, invece di andarla a comprare nelle sicure e controllate catene della grande distribuzione, può essere molto ma molto pericoloso. Questo proprio in un momento in cui gli scandali alimentari si susseguono uno dopo l’altro e in cui tante persone, stanche di essere prese in giro e desiderose di riprendersi il proprio diritto a mangiare cibo sano, stanno iniziando a comprare da piccoli produttori locali con cui poter stabilire un rapporto di fiducia e a coltivare da sé il proprio cibo, sul balcone, ma anche in piccoli o grandi spazi rubati al cemento delle città, gli orti urbani condivisi. Sarò malfidata, sarò complottista, ma vedere una notizia presentata in questo modo, travisando completamente la realtà per far passare un messaggio del tutto diverso mi sembra vada proprio nella direzione di diffondere terrorismo rispetto a questo fenomeno sano e responsabile, che è il ritorno all’autoproduzione e alla valorizzazione del territorio. Uno dei pericoli più grandi dei social network è secondo me proprio lo svilupparsi sempre di più di questa tendenza al mordi e fuggi delle informazioni, in cui si legge un titolo eclatante e ci si scandalizza o ci si rallegra o si prova una qualsiasi altra emozione che porta a condividere subito quel contenuto, senza prima andare ad approfondirlo personalmente per verificare se valga davvero la pena che quella “notizia” giri sul web, contagiando come un virus tante altre menti troppo distratte dalla mole di dati assimilati per analizzare criticamente quello che stanno leggendo. Non ci dobbiamo dimenticare che spesso l’informazione, come la pubblicità, viene costruita per far passare in maniera subliminale delle idee e dei pensieri che si instillano nel cervello delle persone senza che queste neanche se ne accorgano.
Ne ho viste davvero tante di cose del genere in questo mio primo anno social, ma l’altra che più mi ha colpita è stata la notizia sulla nuova proposta di legge europea sulle sementi. Su facebook a maggio scorso è circolata a lungo la notizia che, a causa di una nuova proposta di legge europea, sarebbe stato presto vietato coltivare un proprio orto. Giravano titoli del tipo: “Ue: fuorilegge i piccoli orti. Vietato autoprodursi il cibo” o “Piccoli ortaggi fuorilegge: chi coltiva un orto può andare in carcere”. Cavolo, a leggere una cosa del genere è normale che ci si indigni all’ennesima potenza e si clicchi subito sul condividi per creare una ribellione di massa a questa legge liberticida, no? Ecco, le cose non stavano esattamente così. La nuova proposta di legge non riguardava neanche lontanamente i privati, che conservano il diritto di piantare i semi che gli pare (a meno che non si tratti di altri tipi di erba e funghi non tanto legali 8-)) di conservarli e di scambiarli con chicchessia, nè tantomeno riguarda le micro-aziende agricole al di sotto di un certo fatturato e di un certo numero di dipendenti. E allora ecco che su blog e magazine online la gente, resasi conto di questo fatto, ha iniziato a denunciare la bufala, spiegando meglio i contenuti della legge e rassicurando i privati cittadini, che la legge non era poi così terribile come era stata dipinta. Qual è qui il problema? E’ che la legge potrebbe essere terribile eccome. Non mi voglio arrogare il diritto di saperne più di quanto ne so sulla questione delle sementi, perché l’argomento è molto complesso e non va affrontato con superficialità, anzi, mi piacerebbe molto potermi confrontare con più di un addetto del settore, per sciogliere i miei tanti dubbi e la confusione che ho sulla questione. Quello che so è che negli ultimi anni tanti passi avanti sono stati fatti nella guerra silenziosa alla nostra sovranità alimentare e mi rendo conto che quando si parla di registrazione delle sementi a livello europeo e di divieti di circolazione delle varietà non iscritte al registro ufficiale c’è da tenere le antenne ben alzate. (Qualche link per approfondire qui, qui e qui, ma di ricerca c’è da farne tanta!)
Insomma, probabilmente di questa legge non c’è da rallegrarsi manco per niente, ma se viene presentata come un palese atto dittatoriale che tocca direttamente le libertà dei singoli cittadini, e poi i cittadini in questione scoprono che in realtà quell’aspetto della notizia era una bufala, tutti si rallegrano e si rassicurano, certi che la loro libertà è sempre lì, che nessuno gliela tocca. Perdendo di vista però il vero succo della notizia, ossia che si sta andando sempre di più verso un mondo fatto di brevetti e registrazioni, di leggi restrittive e di costi alla lunga insostenibili per i piccoli coltivatori, a vantaggio delle grandi ditte sementiere che già detengono la stragrande maggioranza del mercato dei semi a livello mondiale, come la Monsanto o la DuPont Pioneer, che oltre a colture come il mais e la soia stanno puntando anche le piccole piante orticole. Che bisogna tenere alta la guardia quando si parla di fatti che hanno a che fare con la nostra libertà primaria, che è quella di poterci nutrire ogni giorno in maniera sana al minor prezzo possibile. E sottolineo in maniera sana, perché questo ormai non è più scontato: quando un Mac Menu inizia a costare 5 volte meno di un pasto a base di frutta e verdura di stagione coltivato senza veleni, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
La conclusione di tutto questo discorso è che è necessario tenere sempre gli occhi aperti e l’attenzione vigile e critica, perché se non lo si fa si rischia di restare invischiati nella melma delle millemila informazioni sommarie e manipolate che girano purtroppo non solo sui social network, ma anche sui maggiori quotidiani e mezzi di informazione. Neanche i cosiddetti canali di contro-informazione ne sono esenti.
Questo è uno di quegli articoli troppo lunghi per essere letti fino alla fine. Lo so che in questo momento l’informazione deve essere rapida ed essenziale per poter essere colta da un maggior numero di utenti, ma continuo a sostenere che è impossibile in questo modo produrre informazioni di qualità e con un minimo di approfondimento.
Spero che possiate apprezzare queste riflessioni, più dell’ennesima, squisita ricetta.

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