Fabio Guerrini e l’arte dell’intreccio

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Questo è uno di quei post che raccontano di storie contadine e di mestieri perduti, anzi, di mestieri quasi perduti, che se sono qui a raccontarvi di come da un fascio di rami di salice possa nascere un paniere, un graticcio per seccare la frutta o una cesta da legna vuol dire che di gente che porta avanti certe tradizioni ce n’è ancora, come ce n’è ancora altra che da queste mani esperte e segnate dal lavoro ha voglia di imparare, occhi e mani giovani che magari, trovando il tempo necessario che alla nostra generazione pare sfuggire sempre più dalle mani, potranno conservare e tramandare ancora un’arte così affascinante come quella dell’intreccio.
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Non avrei mai pensato, fino a un paio di anni fa, di dedicarmi a una cosa del genere, non mi era proprio mai passato per la testa. Poi un giorno ho visto che la mediateca di Asciano organizzava un corso di intreccio insieme a Fabio Guerrini, che avevo già notato tra i banchi dei mercatini locali con le sue sculture in legno, i suoi cesti e i suoi graticci, ho visto che il prezzo era più che politico e soprattutto ho fatto per la prima volta il collegamento nella mia testa tra l’intreccio e le materie prime che lo rendono possibile, ossia rami flessibili di alberi e arbusti, materiali facilmente reperibili in natura. Forse più che l’intreccio in sé quello che mi ha maggiormente attratta all’inizio è stata la conoscenza delle specie utili per quest’attività, dei loro diversi usi, dei momenti migliori per potare, a seconda delle esigenze di ogni singola pianta e delle caratteristiche del suo legno. Ero affascinata, insomma, dall’aspetto botanico della questione e da un ulteriore uso popolare delle piante a me sconosciuto al di là della fitoterapia e dell’alimentazione.
E in questo Fabio ha saputo essere più che esauriente: la prima uscita è stata interamente dedicata all’esplorazione del territorio e all’individuazione delle piante più utilizzate a livello locale per l’intreccio, il tutto condito da racconti e dalla sua storia personale.
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Fabio ha lavorato per molti anni come elettricista, ma ha sempre avuto una grande passione per il legno. Già suo nonno scolpiva pipe di legno, suo padre invece intrecciava usando quella che in gergo toscano viene chiamata schiancia (un’erba palustre di cui si usano le foglie, come fosse un papiro, uno dei vari generi di Typha) per costruire sporte. Fabio ha sviluppato ulteriormente le loro abilità scolpendo il legno in modo meno utilitaristico, come mezzo di espressione artistica, e ampliando le capacità di suo padre relative all’intreccio grazie anche a uno zio di sua moglie, che faceva bellissimi cesti. Li vendeva a una signora di Cortona, che gli dava poco e li rivendeva a tanto, finché Fabio l’ha invitato ad unirsi a lui nei mercatini locali, facendo un banco unico con sculture in legno e manufatti intrecciati. E pian piano ha imparato anche Fabio stesso, ha comprato e rimesso a posto un terreno vicino a un ruscello in cui ha messo su il suo laboratorio, piantato alberi e coltivato il suo orto, e in cui ora insegna ad altri a intrecciare rami di salice rosso, di ulivo o di vitalba, quando non è in giro a fare laboratori per i bambini nelle scuole.
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Il corso che ho fatto con lui risale già a due primavere fa: ci si vedeva al suo terreno sul ruscello, si scendeva alla vincaia (così lui chiama il suo gruppetto di salici rossi, che in gergo si chiamano anche vinchi) ognuno con le sue forbici e si tagliavano i rami, per poi tornare al capanno e lavorarli. Mi sono divertita un sacco e ho tirato su ben due cesti, uno dalla forma classica e dalla lavorazione complessa e uno a mezzaluna, come erano i cesti più antichi, più semplice ma meno funzionale, perché poggiandolo a terra è meno stabile. Li ho tirati su ma non li ho mica finiti…la stagione era ormai andata troppo avanti, e siamo arrivati agli ultimi incontri che i rami avevano ormai perso la loro lavorabilità, la torsione necessaria alla lavorazione li spellava immediatamente, quindi ho rimandato le rifiniture all’autunno successivo. Poi chiaramente i mille impegni mi hanno tenuta lontana dall’intreccio e ci ho ripensato solo quest’autunno. Dopo l’alluvione di fine agosto, che di nuovo ha fatto un sacco di danni, sono iniziati i lavori per pulire i corsi d’acqua e allargare gli argini: visto che i nubifragi sono diventati molto di moda da queste parti era forse la cosa migliore da fare. Passando in bici vicino a un torrente ho visto parecchi rami di salice tagliati di fresco e ho pensato che avrei potuto recuperarli per finire finalmente uno dei due cesti, quello più semplice, che potevo concludere in autonomia. E, incredibile ma vero, l’ho fatto!
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Seduta in giardino baciata dal sole autunnale, mi sono talmente immersa nel lavoro da non accorgermi più del passare del tempo e da dimenticarmi completamente di ogni altra cosa, compresi i fagiolini che avevo messo a cuocere a vapore che nel frattempo hanno esaurito l’acqua, con conseguente pentola carbonizzata e una puzza in casa che non vi dico. L’intreccio è un’attività molto coinvolgente e meditativa, ti ferma la mente e ti incolla al presente, una cosa che mi succedeva solo con la stampa in camera oscura. Certo, sa essere faticosa, contrariamente a quanto si possa pensare, e indolenzisce parecchio delle mani non allenate, ma è davvero piacevole. Se solo non avessi altri millemila interessi diversi e se soprattutto potessi evitare di lavorare credo mi ci dedicherei molto di più. In questo periodo poi sto leggendo L’orto di un perdigiorno di Pia Pera, con un sacco di invidia per il suo podere e per tutto il tempo che dedica alla terra e ai lavori collegati. Pia, ma come hai fatto? Me lo dici il segreto? Che io voglio passare almeno 6 mesi mesi solo a intrecciare cesti, a raccogliere piante e ad osservare il passare delle stagioni.
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Galvanizzata dall’aver finalmente chiuso un cesto, ho chiamato Fabio e gli ho chiesto una mano per finire l’altro, per cui invece avevo bisogno del suo aiuto, incapace com’ero di fare la chiusura superiore e il rinforzo alla base, soprattutto perché bisogna farsi un mazzo così a ruotare i rami di salice per farli girare intorno al cesto senza farli spezzare. Mi sembrava una buona occasione anche per fare qualche foto e scrivere un articolo per far conoscere il suo lavoro, soprattutto perché tra pochissimo inizia un nuovo corso e magari potrebbe interessare a qualcuno di voi.
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Il suo terreno, purtroppo, non è proprio nelle stesse condizioni di un anno e mezzo fa. I lavori sull’argine l’hanno costretto a sradicare ben 4 dei suoi 5 alberi di salice rosso, cosa che forse poteva essere evitata: i salici venivano piantati sugli argini perché, oltre ad essere piante che vogliono tanta acqua, avevano l’importante funzione di rinsaldare il terreno a ridosso dei corsi d’acqua col loro apparato radicale ed evitare smottamenti. Io certo non me ne intendo, ma ora gli argini mi sembrano decisamente troppo spogli rispetto a com’erano e l’impressione che ho è che il terreno sia meno adatto a sopportare delle piogge troppo abbondanti. In ogni caso, Fabio ha ripiantato 3 dei 4 alberi un po’ più indietro e spera che saranno in grado di sopportare lo spostamento e riadattarsi. Il più vecchio purtroppo non è stato possibile ripiantarlo, un vero peccato, era proprio bello. Ma materiale per il corso ce n’è, anche perché il salice, pur essendo l’albero più usato a questo scopo, non è certo l’unico.
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Se si imparano a conoscere le piante utili, si può intrecciare anche senza necessariamente avere degli alberi propri. Le specie più usate, oltre al salice rosso (Salix purpurea) e quasi tutti gli altri tipi di salice, sono il sanguinello (Cornus sanguinea), un arbusto molto diffuso nei nostri boschi e sentieri di campagna, l’ulivo (Olea europaea), che ha uno colore argenteo bellissimo e di cui si possono usare le potature, la vitalba (Clematis vitalba), una grande infestante che ama arrampicarsi sugli alberi, anche lei diffusissima. Si usano anche alcune specie di ginestra (ad esempio Spartium junceum), ma avendo i rami molto più corti sono più adatte per confezionare graticci, scope o granatine, come chiamano qui le scopette da camino, quelle senza manico. Si usa poi quello che Fabio chiama olmo selvatico, che credo corrisponda all’olmo campestre (Ulmus minor), il nocciolo (Corylus avellana) e diverse altre piante.
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Quello che tutti noi conosciamo come vimini, ho scoperto, non è altro che salice “spellato”, a cui insomma è stata tolta la corteccia, un bel lavoro supplementare, ma che sembra ripaghi con una maggiore facilità di lavorazione. Io, forse ormai l’avete capito, ho pazienza ma fino a un certo punto, di mettermi a spellare tutti i rametti non credo mi andrebbe, e poi il salice è molto più bello con la buccia, secondo me. Le potature vanno fatte in luna calante, preferibilmente in autunno-inverno, dopo la caduta delle foglie, o in primavera, prima che spuntino. Bisogna recidere in diagonale in modo che il taglio guardi in basso, così da non far ristagnare acqua nei rami recisi. Tenendoli a mollo, i rami mantengono la loro flessibilità ed è possibile usarli anche molto tempo dopo la potatura. Ma questi sono solo accenni, ho ancora tantissimo da imparare sull’intreccio e sulle piante utilizzate. Una persona, tempo fa, mi ha anche regalato un libro sottraendolo dalla propria mensola, dicendomi che un libro sui cesti sarebbe stato più utile a chi i cesti li fa…e che magari avrebbe potuto anche insegnare poi come fare! Sono ancora in debito con lei da questo punto di vista, ma in qualche modo saprò ripagare.
Ho trovato poiun sito molto basico ma carino, c’è una bella raccolta di schede sui materiali da intreccio, oltre a un elenco, certamente non esaustivo, dei cestai in Italia e altre informazioni utili. Qui vi mando direttamente alle pagine dei materiali, per ognuno trovate descrizione, momento di raccolta, preparazione e utilizzo.
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Eccolo lì, il mio primo cesto, un po’ storto, bruttarello, ma tutto mio. Sarà il mio compagno di raccolta da adesso in poi, spero di riuscire a farne presto anche un altro un po’ più piccolo. Se siete in zona Siena e la cosa vi stuzzica, vi consiglio assolutamente il corso di Fabio: non so bene quando inizia, ma sarà tra poco, tra fine novembre e inizio dicembre, dovrebbero essere 4 incontri. Chiamate la mediateca di Asciano per informazioni (qui trovate numero di telefono e giorni di apertura), così vi sapranno dire anche meglio orari e costi. Io me ne esco col nuovo compagno di raccolta in cerca di rosa canina, non avete idea di quanto siano grandi e belle le bacche quest’anno!!

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6 Risposte a Fabio Guerrini e l’arte dell’intreccio

  1. Che meraviglia questi cesti!!!!
    Anche io sono molto attratta dall’arte dell’intreccio, avevo comprato anche un libro “Fare cesti” di Terranuova edizioni ma poi non mi ci sono mai applicata…..credo veramente che l’unico modo sia fare un corso con qualcuno di esperto che ti segua nella pratica! Peccato essere così lontana :-(
    Bravissima tu, chissà che soddisfazione :-)
    Ciao, buona serata
    Serena

    • Claudia_GranoSalis ha detto:

      Grazie Serena!
      Quel libro è proprio quello che ho citato a fine post, regalatomi dalla mia amica che proprio due giorni fa si è beccata uno dei due cesti in regalo visto che non le ho ancora insegnato un bel niente di quello che ho appreso :) Sono d’accordo con te, in questi casi meglio imparare da mani altrui piuttosto che dalle pagine scritte. A me quel libro è arrivato quando già avevo fatto il corso, e mi è molto utile per rivedere dei passaggi che magari non ricordo. Avendolo avuto tra le mani prima non so se avrei combinato qualcosa…
      Spero troverai qualcuno presto anche tu, prova a guardare sul sito che ho linkato verso fine post, c’è un elenco dei cestai d’Italia, magari ce n’è uno anche vicino a te!

  2. Francesca P. ha detto:

    Quando vado al Sud mi capita ancora di vedere nei paesi dei signori anziani che davanti la porta di casa o all’angolo della strada intrecciano la paglia, magari per le sedie o per fare proprio dei cestini… ho avuto nitida quest’immagine mentre ti leggevo e vedevo le foto, provando una bella sensazione di tenerezza per gesti e riti “antichi”, quasi scomparsi, pieni di poesia…
    A ben guardare, idealmente tutto ciò si lega alla mia voglia di scoprire la frutta cosiddetta “dimenticata”, come un bisogno di semplicità che ha radici nel passato, da portare nel presente! Quindi ho gradito molto questo post, sappilo… ;-) E complimenti per la tua creazione, le erbe non possono stare più comode!

    • Claudia_GranoSalis ha detto:

      Qui capita spesso di incontrare quei vecchini dalle mani segnate, in giro per mercati. Spero che presto mi capiterà di incontrare anche qualche giovane che ha scelto di portare avanti quest’arte bellissima.
      Le tue giuggiole starebbero benissimo lì dentro, frutti dimenticati e mestieri antichi vanno decisamente d’accordo :)
      Un abbraccio bella

  3. Grazie Claudia!
    Sono appena stata sul sito e in Liguria ci sono solo due cestai e uno dei due è un’associazione che organizza anche i corsi….indovina?….è proprio vicino a me!!!!
    Che bello, li contatterò al più presto per chiedere informazioni…..
    Grazie, non ci avevo pensato :-)
    Buona serata
    Serena

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