Un nuovo raccolto di sambuco

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Se l’inizio di maggio profuma di robinia, la fine del mese odora di fieno tagliato di fresco. Da quando vivo in campagna questo è l’odore che preannuncia l’arrivo dell’estate, quando i primi campi seminati a foraggio raggiungono la crescita necessaria a subire il primo taglio della stagione. Trovo il profumo del fieno steso a essiccare sul campo assolutamente inebriante: lo annuso a fondo mentre passeggio la mattina presto col mio cane, o la sera, mentre in macchina percorro una delle strade più belle del mondo per tornare a casa dal lavoro. Abbasso i finestrini e lascio entrare quell’aroma penetrante insieme al tramonto e ad una strana pace mista ad euforia. La vista gode dello spettacolo tanto quanto l’olfatto, rapita dalle geometrie regolari che decorano le colline e dalle balle di fieno che muovono il paesaggio.
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Quest’allegria dei sensi non è l’unica cosa positiva del taglio del fieno. Un’altra è di ordine più pratico: tanti campi prima inaccessibili a causa dell’erba alta si lasciano ora percorrere con facilità; nel mio caso il rinnovato accesso è ai pascoli davanti casa, di cui vi ho già parlato, che mi apre nuovi percorsi da fare con Urano, che ormai il grano dietro casa arriva alle ascelle, e mi ridà accesso alle rive dell’Ombrone, molto amate dagli arbusti di sambuco.
Avevo giusto programmato un bel raccolto per la fine delle piogge, ma non sapevo bene dove andare: molte piante qui sono sulla strada, in punti di passaggio non elevatissimo ma consistente, altre sono rese inaccessibili dal grano alto. Il taglio del fieno è arrivato al momento giusto, dandomi accesso a piante rigogliose e non contaminate da alcun trattamento agricolo.

Una mattina della settimana appena passata, quindi, ho imbracciato il mio cestino e mi sono diretta verso il pascolo con Urano. Ho incontrato il mio padrone di casa che camminava da quelle parti, che mi ha raccontato di come sua nonna, da bambino, gli desse infusi di sambuco come antinfiammatorio. Mi ha raccontato anche di una volta in cui, da ragazzino, si fece una brutta ferita all’addome, che poi non ha pensato minimamente a disinfettare lasciandola sporcare di terra. La ferita si è infettata un bel po’, e al pronto soccorso hanno detto che era assolutamente da incidere chirurgicamente. Lui, che non aveva nessuna intenzione di sottoporsi a quell’intervento, è tornato a casa al grido di “Nonna, nonna, pensaci tu!”. E la suddetta nonna, per due giorni, gli tenne sulla ferita impacchi di malva e mollica di pane. Che ve lo dico a fare: niente incisione, la ferita è guarita senza che ce ne fosse bisogno.

Dopo questi aneddoti raccolti per caso, mi sono diretta verso il mio raccolto invece intenzionale, dalle piante sul fiume, ancora più convinta della validità del mio impegno nel procurarmi medicinali naturali da utilizzare in caso di necessità. Il sambuco in particolare, ve ne ho già parlato in altre occasioni, ha parecchie virtù, utili ad esempio nel periodo invernale, o quando in generale siamo affetti da stati infiammatori e febbrili. Questo grazie alle proprietà dei suoi fiori come stimolanti della sudorazione, diuretici e antinfiammatori, che concorrono ad abbassare la febbre in modo naturale. Sono molto indicati negli stati di raffreddamento, nelle bronchiti, nell’influenza e in caso di malattie esantematiche (scarlattina, morbillo, varicella), perché contribuiscono ad accelerarne l’evoluzione.
“Il sambuco”, com’è scritto in Segreti e virtù delle piante medicinali, un bellissimo libro ormai disponibile solo nei mercatini dell’usato, “ha una storia lunga quanto quella dell’uomo; ciò è confermato da tracce di questo albero, risalenti all’età della pietra, scoperte in Svizzera e in Italia”. Del sambuco non si butta via niente; cito direttamente da Florario, di Alfredo Cattabiani:

Panacea era ed è condiderato il sambuco nella medicina tradizionale. In quella tirolese lo si è chiamato “farmacia degli dei”. Sette volte il contadino s’inchinava davanti all’albero perché sette sono i doni che si ricavano dai germogli, dai fiori, dalle foglie, dalle bacche, dal midollo, dalla corteccia e dalle radici del sambuco. Dai germogli si ottiene un decotto che calma le nevralgie; gli impacchi di foglie curano le malattie della pelle; con i fiori si fa un tè depurativo e dalle bacche si ottiene uno sciroppo contro le infiammazioni dei bronchi e dei polmoni. Quanto alla corteccia, è emetica o lassativa a seconda della quantità usata: fresca cura il glaucoma ponendola sugli occhi. La radice, pestata e bollita, è un ottimo decotto e impacco contro la gotta e le malattie del ricambio. Infine dal midollo si ricava una pappa usata, con farina e miele, per lenire il dolore delle lussazioni.

La corteccia è un drenante e depurativo molto drastico, che va usata in casi di estrema necessità, perché impoverisce il corpo di minerali. Il decotto di rami e foglie può essere spruzzato sul pelo degli animali con effetto antiparassitario, e sul legno come antitarme. I frutti ben maturi, messi in un vaso a strati con lo zucchero e lasciati macerare al sole una ventina di giorni, diventano un analgesico molto potente, utile soprattutto nelle nevralgie del trigemino.
I fiori essiccati si usavano anche per conservare più a lungo le mele, alternandoli a strati di frutti in una scatola. Castore Durante, grande medico e botanico del ‘500, consigliava anche i fiori di sambuco aggiunti nella botte del mosto per affinare il sapore del vino.

Il legno del sambuco, che all’interno ha un midollo morbido che può essere eliminato rendendolo cavo, veniva usato per fabbricare flauti, oppure altri strumenti musicali come una piccola arpa: lo stesso termine greco sambukè, e il più antico fenicio sabka, che indicavano proprio questo strumento a corda, sembrano aver dato origine al nome della pianta.

Il sambuco è stato considerato a lungo e da molti popoli una pianta magica, protagonista di diversi rituali praticati a livello popolare, di credenze e superstizioni. Era una delle piante legate ai rituali della notte di San Giovanni: si diceva che se durante quella notte ci si fosse fermati sotto un albero di sambuco, si sarebbero visti passare il re della fate insieme alla sua corte. Era considerato protettivo contro malattie, incantesimi, serpenti e spiriti maligni. Veniva anche usato a scopo divinatorio per prevedere la qualità e l’abbondanza del futuro raccolto o la nascita di un figlio, osservando il volume o il colore dei fiori.
In Serbia e in Ucraina era tradizione portare un ramo di sambuco come dono di nozze, mentre in Svezia le donne incinte baciavano la pianta per propiziarsi una buona gravidanza.
Rosella Omicciolo Valentini, nel suo bellissimo Le erbe delle streghe nel medioevo, scrive:

I popoli germanici lo chiamavano”albero di Holda” (Holunder), perché Holda, una fata benigna dai lunghi capelli d’oro, abitava nei sambuchi che crescevano vicino a fiumi e laghi […] Era talmente viva la sacralità di questa pianta che i contadini quando ci si trovavano davanti si levavano il cappello e, prima di tagliarne un ramo, pregavano inginocchiati la fata della pianta: “Frau Holda, dammi un poco del tuo legno e io, quando crescerà, ti darò qualcosa di mio”. Nel caso non si fosse rispettato questo rituale l’ira della divinità avrebbe perseguitato il malcapitato per tutta la vita.

Ho raccolto i grossi fiori con calma, tirando la palla a Urano ogni tanto e fermandomi ad osservare il resto delle piante intorno, che non passavo a visitare da un po’. L’artemisia era cresciuta parecchio, sul ciglio degli argini cedevoli a causa delle recenti alluvioni; la cicuta, più piccola, sfoggiava i suoi eleganti fiori bianchissimi e lo stelo maculato di un bel nero-violaceo. Anche i cardi erano fioriti, imponenti e regali, un bel metro più alti di me. Dal lato opposto, tanto sole, profumo di fieno, la mia quercia preferita a delimitare il campo e il bosco sullo sfondo, introdotto dal giallo delle ginestre esplose di fiori.
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Sulle piante erano presenti in contemporanea fiori appena sbocciati e altri già trasformati in piccole bacche verdi: come vi dicevo nel post sullo sciroppo di sambuco, la fioritura è molto prolungata, inizia già nei primi giorni di maggio e può proseguire fino alla seconda metà giugno, a seconda della stagione e dell’altitudine. L’abbondanza di arbusti era tale che ho potuto raccogliere poco da tutti.
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Il raccolto dei fiori di sambuco è estremamente piacevole: le ombrelle sono così grandi che si fa presto a riempire il cestino. Recideteli alla base dell’ombrella, scegliendo i più freschi, con i fiori il più possibile aperti, avendo cura di lasciar asciugare l’umidità della notte prima di uscire per farne scorta. Di come distinguere il sambuco buono (Sambucus nigra) da un suo cugino tossico (Sambucus ebulus) vi ho già ampiamente parlato in questo post. Nel caso dei fiori è impossibile sbagliarsi: i pistilli violetti che si vedono chiaramente nel sambuco tossico sono completamente assenti in quello buono, che sono di un bel colore bianco-giallino, per diventare poi tutti gialli dopo l’essiccazione. Mentre rientravo verso casa mi sono imbattuta in piccoli cespugli di fiori di papavero, che ho aggiunto al cestino: i petali del nostro papavero rosso sono utili per calmare la tosse, potrebbero essere efficaci anche in unione a quelli del sambuco.
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Ho messo i fiori di sambuco nell’essiccatore in modi diversi: in qualche vassoio ho messo le ombrelle intere, private solo del picciolo principale, in altri li ho messi divisi in ombrelle più piccole, in altri ancora ho separato il più possibile i fiorellini dagli steli. Va bene in tutti i modi, dipende se avete più tempo a disposizione appena dopo il raccolto oppure alla fine dell’essiccazione, perché a quel punto dovrete separare i piccoli fiori dagli steli secchi. Io mi sono trovata meglio a trattarli da secchi, credo ci sia meno dispersione (si puliscono direttamente in una grande ciotola che raccoglierà tutti i residui), e anche se rimane qualche stelino secco poco importa, basta togliere il grosso.
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I papaveri, per la cronaca (anche se in questo post sono degli intrusi :)) li ho messi a essiccare interi, ma tornando indietro avrei staccato prima i petali dalla capsula, dopo diventa più difficile. Ho lasciato essiccare tutto per 24 ore a 40°, ma potevo fermarmi anche molto prima, soprattutto per quanto riguarda i fiori di sambuco: in 8-10 ore sono fatti. Il bello dell’essiccatore è che non si rischia mai di bruciare nulla, quindi tendo a lasciarlo andare sempre un po’ di più.

Conoscete qualche altro utilizzo popolare del sambuco, magari imparato dalle vostre nonne o da qualche vecchino dalle vostre parti? In caso fatemelo sapere nei commenti, mi fa sempre molto piacere scoprirne di nuovi!

Pad thai verde e un po’ local

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Mi piace festeggiare i compleanni. Festeggio a malapena il natale, giusto perché c’è la famiglia, la pasqua la aspetto solo per avere due giorni liberi, ricorrenze tipo festa della donna e san valentino proprio non le considero. Ma quando arriva il mio compleanno ho voglia di fare qualcosa di speciale, anche una piccola cosa, come farsi una bella mangiata in compagnia.
Ecco, quest’anno, all’inizio di maggio, avevo pensato di incontrarmi con delle mie amiche romane per un pranzo a Orvieto, cioè più o meno a metà strada tra me e loro. read more

Marinata di primavera con vellutata di bietole aromatica

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E anche questa settimana i miei piani di pubblicazione sono stati scombinati dagli onnipresenti imprevisti della vita! In questo caso imprevisti molto piacevoli, quindi decisamente non posso lamentarmi. Giovedì sera sono andata a Montisi, un paesino delizioso nel cuore delle crete dove si trova Vitis Vinifera, quell’enoteca che vi dicevo tempo fa dove ho appena concluso uno dei miei corsi in 4 incontri sulle piante selvatiche e sui loro utilizzi, con un gruppo numeroso, variegato e stimolante. Giovedì c’era appunto l’ultimo incontro di laboratorio, quindi prima delle 19 ero lì pronta a preparare unguenti e chiacchierare di tinture madri. read more

Ultimi corsi sulle erbe in programma

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Ciao carissime e carissimi,
sono reduce da un weekend di bellissime escursioni nei campi, con gruppi curiosi e una profusione di piante e fiori da conoscere. Ora sono sul divano con i piedi all’aria che mi godo un po’ di meritato riposo, nel silenzio della mia casetta…oggi purtroppo non posso lasciarvi nessuna ricetta, il tempo di realizzare e fotografare non ce l’ho avuto proprio, ma vi lascio qualche aggiornamento sui miei ultimi corsi della stagione. read more

Vellutata di fave con i loro baccelli alla menta e fiori d’acacia

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Avevo programmato tutt’altro per il post di questa settimana, ispirata dall’abbondanza di verdure buonissime che Marcello e Lucy hanno iniziato ad elargire a piene mani. Poi una serie di sfortunati eventi che non vi sto a dire mi hanno impedito di raggiungere i loro campi questo fine settimana, quindi ho deciso di ripiegare su altro. E la cosa, vi dirò, non mi è dispiaciuta affatto. read more

I carciofi fritti alla maniera di Chiusure

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Io il fritto non lo faccio praticamente mai. Insomma, quasi mai. Mi piace, ma lo trovo sempre un po’ pesante per me, quindi me lo concedo di rado. Quando però arriva la primavera e si apre la stagione dei carciofi, non posso esimermi dal friggerne qualche spicchio: mio padre li inseriva spesso nei suoi fritti misti di verdure, e superata l’età del non-mi-piacciono-i-carciofi ho iniziato ad apprezzarli davvero tanto. read more

Marmellata di kumquat e mandarini con artemisia e pectina fatta in casa

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Ve la ricordate la pectina autoprodotta che vi ho fatto vedere qualche settimana fa? Ebbene, sappiate che funziona, e anche molto bene! Sempre in occasione dell’ultimo ordine speciale di agrumi con MondoMangione, ho preso un pochino di kumquat, i mandarini cinesi, quelli che per dimensione somigliano a dei pomodori datterini e si mangiano in un sol boccone, con la buccia e tutto. Ho pensato di farci una marmellata, non tanto per me, che non amo molto le marmellate di agrumi, quanto per il mio lui e per regalarla qua e là. read more

Insalata di patate novelle alla senape con finocchietto selvatico

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Il periodo a cavallo tra marzo e aprile è tremendo quando si tratta di fare la spesa e di mettersi in cucina. Quella fase di transizione tra le colture invernali e quelle primaverili lascia come una finestra vuota: vado dal mio produttore per la mia spesa settimanale con una gran voglia di verdure e mi ritrovo con un paio di cavoli striminziti, qualche cipolla, un mazzetto di porri e magari uno di rucola. Ma anche, finalmente, le prime insalate, come la foglia di quercia rossa e la gentilina, che di scarola non se ne poteva davvero più, o le primissime patate novelle. read more

Pectina fatta in casa e altri utilizzi degli “scarti” di arancia

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Ecco, il 21 marzo è bello che passato da oltre una settimana e io ho pensato bene proprio adesso di mettermi a latitare e di non passare nemmeno ad augurarvi un bellissimo inizio di primavera. Posso farlo ora? Vale lo stesso?
Non sono troppo in grado di assicurare la mia solita costanza in questo periodo, ma sappiate che sono un vulcano di idee, avrei solo bisogno di più tempo per comunicare con voi, per farlo con tutta la calma necessaria, senza fretta, divertendomi. Com’è, come non è, adesso sono qui, a parlarvi di come ho sfruttato le bucce delle buonissime arance che ho preso più volte quest’anno tramite gli ordini speciali di MondoMangione. read more

Sull’essiccazione delle barbabietole rosse: chips e farina

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Ve lo dico, oggi sarò breve, e forse a qualcuno farà anche piacere, visti i fiumi di parole che lascio scorrere qui certe volte (ehm, ok, spesso). Un po’ è che ho tanto da fare: sto continuando a studiare e osservare la natura che si prepara alla primavera intorno a me, mi sto preparando per il corso del 3 aprile a Nibbiaia, vicino Livorno (qui l’evento su facebook, qui il post in cui vi ho dato tutte le info), per quelli che verranno dopo e per i laboratori che farò con i bambini delle scuole locali tra fine marzo e metà maggio, che, ancora più degli altri, mi mettono nella condizione di voler dare il meglio di me: la sento come una responsabilità molto grande, quella di venire a contatto con delle menti così giovani da una posizione di “guida”, di accompagnarle nell’osservazione della natura cercando di trasmettergli quell’amore e quel senso di caotica perfezione dell’universo verde. read more